Artisti del NERO: Mark Rothko

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Mark Rothko (1903-1970) è stato un pittore statunitense, legato all’arte espressionista astratta, fece parte della così detta “scuola di New York”, e anche se tutta la pittura di Rothko è incentrata sulla potenzialità dei colori accesi, una delle sue composizioni più famose è basata su quadri neri collocati nella cappella Rothko a Houston (Texas). La cappella Rothko è stata commissionata da una coppia di petrolieri nel 1964, Dominique e John De Menil. Innaugurata nel 1971, un anno dopo la morte per suicidio dell’artista, la cappella venne realizzata completamente da Rothko, compresa l’architettura ottagonale come un battistero. All’interno vi troviamo 14 opere nere molto grandi, di cui cinque opere singole e tre trittici. La particolarità di queste tele nere sta nella loro elaborazione: che incorporano, come se fossero velature, sfumature di altri colori sottostanti lo strato nero, e a seconda degli orari e al tempo di visualizzazione dell’opera, appaiono cangianti. La cappella, attualmente è diventata un centro di scambio religioso (aperto a tutte le religioni) e culturale.


Altra serie di black paintings la possiamo trovare al Tate Modern di Londra, più nello specifico, nella Room 6: Black-Form Paintings. Anche se non correlati ad una commissione come nel caso della cappella, questa serie di dipinti neri è nota da Rothko come  una serie numerata dal numero 1 al numero 8 (con il numero 5 che appariva curiosamento 2 volte). Questi lavori segnano una rottura completa con i suoi dipinti degli anni cinquanta, non solo per il loro orientamento verticale, ma anche per l’eliminazione dei bordi sfumati che erano ormai diventati un marchio di riconoscimento dell’artista. Come nel caso dei quadri neri della cappella, questi quadri possono sembrare monocromi, ma in una prolungata contemplazione delle opere si rivelano allo spettatore superfici multiple che assorbono e giocano con la luce. Ciò è ulteriormente rafforzato dalla disposizione dei dipinti che circondano lo spettatore, un concetto che divenne sempre più importante per Rothko durante la fine dei suoi anni. 

Mark Rothko, No.7, 1964, National Gallery of Art, 1964.

Artisti del NERO: Louise Nevelson

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Louise Nevelson (1899-1989), è stata una scultrice americana di origine russa, vicina alla corrente neodada americana, considerata tra le artiste più influenti del dopo guerra. Durante gli anni ’50, iniziò a creare assemblaggi di oggetti chiusi in scaffalature, dipinti in maniera uniforme con colori monocromi (nero, bianco o oro). Le sue opere risentono dell’influenza delle maggiori avanguardie artistiche del Novecento, nel particolare il Dadaismo e Futurismo. Nelle sue monumentali installazioni fatte di detriti di legno accuratemante sistemati, la Nevelson, ha evoluto Marcel Duchamp, le cui sculture “readymades”, sono state studiate dall’artista nel periodo della sua infanzia.  Tuttavia, ci sono voluti anni per attirare l’attenzione dei critici d’arte e del pubblico, non interessati alla produzione artistica di una donna; perché la tenteza dell’espressionismo astratto in quel periodo aveva una dominanza maschile. Ma Nevelson non smise di lavorare alle sue opere, fino alla sua mostra personale organizzata dalla galleria Martha Jackson Gallery di New York e presentata alla Biennale di Venezia nel 1962. Neglia anni successivi, prestigiose commissioni e acclamazioni fecero decollare la carriera di Louise Nevelsn.

Black Wall 1959 Louise Nevelson 1899-1988 Presentf the Tate Gallery 1962

Artisti del NERO: Henri Michaux

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Henri Michaux (1899-1984) è stato un poeta, scrittore e pittore belga naturalizzato francese. I sui testi e disegni sono in parte generati dagli effetti di droghe allucinogene. Nel periodo che va dagli anni cinquanta fino all’inizio degli anni sessanta, Michaux si dedicò voracemente alla pittura, ma soprattuto al disegno surrealista. Grazie all’utilizzo (spesso controllato da medici) delle sostanze LSD, mescalina e canapa indiana, l’artista sviluppò una ricerca con l’intenzione di rafforzare la propria sensibilità, dilatando i confini della conoscenza e da vita ad un nuovo tipo di disegno automatizzato, immediato e in piena sintonia con l’impulsività. Michaux sostiene che le persone vivono costantemente sotto i vincoli e restrizioni d’indipendenza della soggettività, con la negata espressione della propria libertà individuale. Le droghe, in questo caso, dimostrerebbero uno smembramento della coscienza e delle inibizioni, sviluppando un processo creativo unico e incontrollato. 

Henri Michaux, disegno a china cinese, 1961, creato sotto l’influenza di mescalina.

Usando queste tipologie di droge d’effetto allucinogeno, nei disegni realizzati da Michaux, possiamo osservare un’inconsueta ripetizione delle immagini scaturite dalla coscienza, ma l’artista aveva anche logicamente notato la loro irrimediabile frammentarietà, singolarità e purezza. Ma queste qualità analizzate con lucidità da Michaux (in assenza di alterazioni allucinogene), non venivano associate ad un flusso di coscienza, in quanto essa è focalizzata sui legami e aggregazioni tra vari contenuti dell’esperienza; e questa esperieza, secondo Michaux era più simile ad una paralisi della coscienza, rappresentando una vera e propria raffigurazione della follia.

Henri Michaux, Mouvement, 1952, inchiostro su carta, Galery Lelong, Parigi 

Artisti del NERO: Lucio Fontana

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Lucio FontanaConcetto SpazialeAttese, 1959, idropittura su tela, Galleria Civica, Trento.
Lucio Fontana (1899-1968) è stato un pittore e scultore italiano, fondatore del movimento spaziale. Fu introdotto alla scultura dal padre e istruito in modo classico dall’insegnamento di Adolfo Wildt, durante gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 1930. Partito dalla scultura tradizionale con l’impiego del marmo quanto della cercamica e del mosaico, nel secondo dopoguerra, Fontana ridefinisce lo “spazio” della scultura. Nascono i Concetti Spazialile Nature, i Fori e i Tagli. Con gli spazialisti produce cinque manifesti, che precedevano le mosse del Manifesto Blanco del 1946. Legato al Futurismo, il tema del tempo con elemento spaziale veniva introdotto nella sua scultura. Concetto spaziale, attese, 1961, la tela ricoperta di pigmento nero è squarciata da quattro eleganti tagli verticali che scandiscono la superficie come note musicali che raggiungono un oscuro abisso. Fontana per la realizzazione dei tagli trascorreva gran parte del tempo a contemplare la tela, fino a quando un momento di ispirazione lo portava a realizzare con una lama dei tagli netti e concisi.

Lucio Fontana, Concetto SpazialeAttese, 1959, idropittura su tela, Galleria Civica, Trento.

Per raggiungere l’illusione di una profondità oltre il piano superficiale, Fontana tende la tela allargando leggermente lo squarcio e applica nel retro della tela un telo di lino nero, favorendo nello spettatore la percezione della profondità. La scelta del colore nero per Fontana evoca la sconfinata qualità dello spazio interplanetario, e oltre a ciò, con la rottura della superficie, suggerisce un collasso nella temporalità. L’artista stesso ha dichiarato: “Con la mia innovazione del buco trafitto attraverso la tela in formazioni ripetitive, non ho tentato di decorare una superficie, ma al contrario, ho cercato di rompere i suoi limiti dimensionali. Al di là delle perforazioni, ci attende una libertà di interpretazione appena acquisita, ma anche, e altrettanto inevitabilmente, la fine dell’arte.”[1] Ambiente Spaziale a luce nera,  è un’opera realizzata da Fontana nel 1949 alla Galleria del Naviglio a Milano: un ambiente nero dove sono appese al soffitto delle forme tridimensionili, illuminate 
dalla luce di Wood, che si muovono leggermente al passaggio dell’osservatore.

Lucio Fontana, Ambiente spazie a luce nera, 1949, cartapesta, vernice fosforescente, luce di Wood, Galleria del Naviglio, Milano.

[1] Lucio Fontana, Minneapolis, Walker art center, 1966.

Artisti del NERO: Kasimir Malevic

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Il Quadrato nero di Kasimir Malevic (1879-1935) è considerato da critici, curatori e storici dell’arte, come un’opera capitale all’interno dell’arte astratta. Mostrato per la prima volta nel 1915 alla mostra Last Futurist Exhibition 0.10, Malevic dichiarò il Quadrato nero come un’opera Suprematista; movimento artistico creato da lui stesso due anni prima in cui affermava, che l’arte figurativa sarebbe inferiore all’arte astratta, in quanto il colore di un quadro figurativo rappresenta degli oggetti o forme viventi che noi conosciamo; e invece nell’arte astratta il colore è l’emblema della rappresentazione.

Kasimir Malevic, Quadrato nero, 1923 circa, Russian State Museum, San Pietroburgo.

Malevic sosteneva che l’artista moderno doveva guardare a un’arte finalmete liberata da tutti quei fini pratici ed estetici che erano stati fondamentali  nell’arte fino a quel tempo. La rappresentazione dell’arte pura e libera è quindi l’obbiettivo del Suprematismo. Il Quadrato nero divenne quindi il protagonista di questo movimento. Durante la mostra Last Futurist Exhibition 0.10, il quadro fu posizionato nell’angolo dove venivano poste le immagini sacre e religiose secondo la tradizione russa. Durante l’esposizione gli spettatori rimasero allibiti da questo particolare collocamento dell’opera e soprattutto estraniati da questa mancanza di rappresentazione, ma è proprio il concetto e la volontà della “non rappresentazione” che voleva esprimere l’artista.  Quest’opera è quindi fondamentale per l’arte contemporanea e soprattutto per quella astratta, perché nonostante la semplicità del quadrato nero elementare, Malevic riesce ad azzerare tutta la storia dell’arte passata e aggiunge al solito quadrato nero anche tutta l’arte che verrà.

Last Futurist Exhibition 0.10, 1915, San Pietroburgo, Russia.